di Marco Veruggio
Del VII congresso di Rifondazione Comunista tutto si potrà dire tranne che sia stato noioso. Al conclave di Chianciano Nichi Vendola entra papa ed esce cardinale e la boriosa presunzione di vittoria del gruppo dirigente bertinottiano di fronte alla tenuta del patto tra le minoranze cede il passo a una reazione isterica e scomposta: Sansonetti sale sul palco, dopo un duro intervento di Nicotra contro Liberazione, e lo invita a venire fuori; Alfonso Gianni aggredisce Imma Barbarossa e deve essere allontanato da alcuni delegati. Vendola se ne esce con una velenosa dichiarazione di voto contro la candidatura di Ferrero centrata sul “plebeismo” delle minoranze. Di fronte allo spauracchio di perdere il controllo un pezzo di burocrazia di partito reagisce inferocita, dimenticando non solo la non violenza e la critica del potere, ma anche che “plebe” è il termine con cui le élites indicano il popolo, cioè la nostra gente, versione nostrana di quel termine racaille, con cui Sarkozy si rivolge al sottoproletariato delle banlieues parigine. Vediamo dunque cos’è successo cercando di capire quali scenari si aprono per il maggiore partito della sinistra italiana.


Si ricomincia da qui: dai cancelli dell’Ilva di Taranto, la fabbrica più inquinata d’Europa, da questo impatto di rabbia e disperazione; dal quartiere Tamburi, dove non c’è portone senza il suo bel carico di morti per cancro o mesotelioma; alle voci e dai volti di tanti lavoratori delusi, giovani e meno giovani: «dalla destra e dalla sinistra», urlano, facendo scorrere il badge che apre “le porte dell’inferno”.