Un Congresso serve a definire la linea di una organizzazione politica, non il suo capo. È per questa ragione che non ho apprezzato la scelta di chi si è precocemente autocandidato alla segreteria del partito cercando consenso nell’opinione pubblica prima ancora che le compagne e i compagni dei circoli potessero esprimersi sul suo progetto politico. In questo modo si rischia infatti di essere recidivi su uno degli atteggiamenti che negli ultimi anni hanno prodotto una graduale ma continuativa disaffezione da parte dei nostri iscritti con una conseguente crisi di militanza. L’opzione di un partito d’aria con un capo d’acciaio si è dimostrata nel lungo periodo fallimentare. Può funzionare in una congiuntura positiva ma mostra tutta la sua debolezza nei momenti di difficoltà, come si è visto nitidamente alle ultime elezioni.
Questo ci porterà inevitabilmente a ridiscutere alcune nostre antiche convinzioni. A lungo siamo stati convinti che l’essere sociale determinasse la coscienza individuale e che la classe in sé fosse per necessità storica destinata a trasformarsi in classe per sé. Oggi sappiamo che questa connessione non è scontata. La crisi della grande fabbrica e la precarietà trasformata in campo di conflitto esistenziale producono una divaricazione tra condizione sociale e attitudini politico-culturali. Questo ci fa capire che la partita da giocare oggi è anche quella della “produzione di senso”, perché i conflitti si animano ormai dentro la ricerca di una ragion d’essere che dobbiamo saper decifrare.
Ripartire dal lavoro e dai territori vuol dire quindi comprenderne la nuova geografia, per opporre il nostro progetto di trasformazione sociale al disegno egemonico che ci propone la destra, fatto di populismo, protezionismo e politicizzazione della paura sociale. Un disegno a cui il partito democratico, nel suo tentativo di rispettare le compatibilità esistenti, è inevitabilmente subalterno. Questo ci mostrerà il mutamento radicale della composizione di classe e la sua frantumazione determinata dalla fluidità dei nuovi modelli di produzione, dalla crisi della grande fabbrica e dalla precarizzazione delle vite a cui noi dobbiamo saper contrapporre il senso di una nuova comunità solidale e trasformativa.
Nell’attualità del conflitto capitale-lavoro, dobbiamo imparare a leggere ancora meglio la nuova tendenza del capitalismo cognitivo e della globalizzazione neoliberista dove la domanda sociale di sapere diventa un nodo di conflitto perché ripropone in forme inedite la contraddizione fra il carattere sociale della produzione e il carattere privato dell’appropriazione e contiene quindi implicitamente una domanda di socialismo. Studenti, docenti, ricercatori, lavoratori della conoscenza e della cultura sono soggetti portatori in positivo di questa contraddizione che noi dobbiamo valorizzare affermando con forza la nostra idea di conoscenza come bene comune non mercificabile che non diminuisce ma cresce se condiviso diventando fondamento di una cittadinanza democratica universale.
In questo contesto, l’ipotesi di una “rifondazione” senza aggettivi o di una costituente della sinistra risente dell’influsso negativo di un pensiero debole proprio nel momento in cui al vortice dei nuovi mutamenti sociali dobbiamo poter contrapporre la forza dinamica, dunque non statica, di una rifondazione comunista che sappia far tesoro di quelle acquisizioni politico-culturali che ci hanno consentito a lungo di attraversare la società e partecipare al grande progetto rivoluzionario espresso dal movimento per un’altra globalizzazone.
Non dobbiamo quindi rinunciare alla sperimentazione di nuove pratiche organizzative e di azione politica attraverso cui dare libero sfogo alla nostra critica a quel potere che si esprime nelle forme violente del patriarcato e delle gerarchie neoliberali. Alle forme di quel potere dobbiamo saper opporre il nostro disegno strategico che passa attraverso la costruzione di una nuova soggettività politica anticapitalistica che non rinunci a se stessa in nome di una vaga unità di ceti politici ma piuttosto si rafforzi dentro il progetto di costruzione di una sinistra sociale e politica plurale dove chiunque possa importare dentro il contesto unitario la ricchezza della propria soggettività vissuta dunque come risorsa e non come ostacolo.


da 